Sonia, la protagonista di Solo Radio Wild, non vuole “sistemarsi”. Deve ritrovarsi.
Questo romanzo non ti promette che andrà tutto bene.
Ti promette che non sei sbagliata se non stai andando da nessuna parte, per ora.
Parla di quel momento in cui capisci che crescere non significa spegnere le parti scomode di te.
Significa capirle più a fondo, e portarle con te. Sempre.
C’è qualcosa dell’adolescenza nelle mattine di marzo. Sarà l’odore della terra bagnata o quel verde rigoglioso dell’erba, le gemme che iniziano ad aprirsi, tutto che cresce, si modifica così in fretta da essere irritante e tu guardi questi prati bucolici e pensi: ma cos’hai da crescere, stupida erba, tanto ti tagliano il prossimo mese.
Beh, alla fine vado al Clan con Cece: c’è il famoso concerto di Federico. Devo dire che i pezzi che presenta sono buoni, per quanto ne possa capire io. Un po’ minimal, molto diverso da quello che suonava in conservatorio. Ma, insomma, ha senso: è cresciuto. La moglie non si fa vedere. Ma andiamo con ordine.
Cece mi costringe a mettermi dei tacchi. Provo a dirgli che cadrò per terra facendo una figura di merda epocale, ma non mi dà retta. Quindi mi metto delle scarpe che ho comprato in un raptus di ottimismo capitalista, quando avevo un lavoro che pagava più o meno bene, in un’azienda familiare di conoscenti di mio padre.
Jeans neri, maglione grigio. Mi guardo allo specchio e penso che, boh, sono delle belle scarpe in effetti. Scomode, ma belle.
“Chi dice che le cause perse non pagano? Guardati, tutta tirata! Sono fiero di te.”
Cece.
Riesco a non capitombolare per tutto il tragitto fino al Clan, in compenso, quando arriviamo a destinazione, i piedi mandano delle stilettate difficili da ignorare, almeno finché non vedo Edoardo in fila al bancone. La fidanzata-modella è lì con lui.
“Sei qui con me, tesoro. Sei venuta a sentire il concerto del tuo ex fidanzato fighissimo, attuale sostenitore della tua candidatura. Ignoralo” dice pronto Cece intercettando il mio sguardo.
Faccio un respiro profondo. “Andiamo a cercare Federico.”
Stringo il braccio di Cece per fargli capire che è un ottimo amico, un amico fantastico, un fratello, davvero. Ma dentro di me risuona quella canzone di Early James: Real Low Down Lonesome.
Passando oltre al bancone, lancio di nascosto un’occhiata alla tipa. Vestito nero corto, gambe lunghe slanciate, outfit e capelli perfetti. Cristo, penso.
I’m feeling lonesome. I mean real down lonesome. And I’m needing some to help me through the night.
Mimoza è già sotto il palco, noto appena superata la calca iniziale. Federico, al pianoforte, sta provando un paio di accordi.
La gente è seduta ai tavolini tondi nella penombra, c’è qualcuno che gioca a biliardo nell’altra stanza.
Ci avviciniamo al palco. C’è un uomo che si è avvicinato a Federico e gli sta parlando. È di spalle. Mimoza gli sfiora un braccio. Quello si gira con un sorriso disarmante. È Sergio Zannoni. Si siede con Mimoza!
Ci vede. Io e Cece facciamo un rapido cenno di saluto e all’unisono un bel dietrofront, pensando che quella situazione giustifichi l’acquisizione preventiva di alcol.
Un paio di Gin Tonic dopo, il concerto è iniziato e siamo tutti e quattro al tavolino sotto il palco: io e Cece, Mimoza e Sergio Zannoni. Cosa molto strana, considerato che i suoi amici upperclass sono a un altro tavolo. Forse Mimoza ha fatto colpo.
Poi mi concentro sulla musica, perché Federico sta andando alla grande. E mi guarda spesso, quindi penso che sia importante mostrare tutto il mio supporto. Chi l’avrebbe detto?
Dopo un po’ mi devo alzare per andare in bagno, sperando che Gin Tonic e tacchi non facciano brutti scherzi. Mi metto in attesa nell’anticamera – un posto carino, pieno di piante nonché l’unico posto dove si possa fumare, all’interno del locale –, accendo una sigaretta e vedo Edoardo che viene nella mia direzione. Oh no, penso. Faccio un respiro profondo.
“Sonia, scusami se non ti ho ancora raggiunta ma la mia ex si è imbucata e non mi molla un attimo.”
Tossisco due sbuffi di fumo. “Non ti preoccupare, sono in compagnia.”
“Ho visto, meno male. Scusami, davvero, mi farò perdonare, te lo prometto. È che la mia ex è… particolare.”
Rispondo qualcosa di appropriato e un po’ acido, almeno nelle mie intenzioni; il Gin Tonic rende tutto un po’ sfumato.
Ma che discorso è? La mia ex è… particolare? Sarà uno smidollato, penso.
Poi, Alleluia, si libera un bagno.
Durante una cena pre-coprifuoco, nel periodo delle zone rosse, ero a cena con mio marito, che è pittore, e mio cognato, che è pianista. A un certo punto, esauriti i discorsi sul Kunstwollen, sulla qualità di Einaudi come compositore o Samorì come pittore, abbiamo iniziato a parlare di adolescenza. Chissà come, è saltata fuori la domanda: quando finisce davvero?
E mio cognato, con una naturalezza che mi ha sorpreso, ha risposto: “A 35 anni.” Notare che all’epoca ne aveva 32 o 33.
Io ci sono rimasta un attimo, perché per me la fine dell’adolescenza non è un qualcosa che succeda in un momento preciso, è un processo, un cambiamento che arriva piano piano, magari senza che te ne accorga. E 35 è un po’ avanzata come età, in ogni caso…
Comunque, da lì mi sono messa a riflettere: è davvero possibile dire che l’adolescenza finisca? O forse è qualcosa che non finisce mai davvero? Una specie di ricerca continua di intensità, di domande che non smettiamo mai di farci, di cerchi che si chiudono e si riaprono.
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