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Le mie protagoniste non aspettano il principe azzurro. Ascoltano i Rolling Stones.

C’è una playlist che ascolto ossessivamente ogni volta che scrivo.

La colonna sonora Supernatural. Visualizza: Dean Winchester che guida nel buio, l’Impala che taglia l’asfalto, e dalle casse parte Carry On Wayward Son. Amen!

Il rock è l’opposto del burnout

Viviamo nell’epoca dell’ansia performativa. Siamo stanchi, sovrastimolati, sommersi da contenuti che ci dicono come ottimizzare ogni ora della giornata. Il burnout non è più l’eccezione, è il sottofondo costante.

E poi metti su Gimme Shelter dei Rolling Stones.

Qualcosa cambia.

Non perché il rock neghi la fatica o l’oscurità. I Pink Floyd ci hanno costruito The Wall sopra, i Radiohead hanno trasformato l’alienazione moderna in arte che fa quasi paura per quanto è precisa. Il rock non mente sulla difficoltà del vivere.

Ma la affronta a volume alto. La urla invece di sopprimerla. Le dà struttura, la rende sopportabile. Anzi, la rende potente.

Questa è la differenza che conta. Il burnout ti paralizza. Il rock ti rimette in moto.

Ribellione non significa caos. Significa scegliere le proprie regole.

Il rock nasce negli anni ’50 come rottura generazionale. I figli che rifiutano la compostezza dei padri, che prendono il blues nero americano e lo amplificano fino a farlo diventare scandalo pubblico. I Rolling Stones che fanno esattamente quello che non si deve fare, e lo fanno meglio di chiunque altro.

I Jethro Tull prendono Ian Anderson con il suo flauto traverso (un flauto traverso, in un’epoca di chitarre distorte!!) e lo mettono al centro del rock progressivo. È un gesto sovversivo di precisione assoluta: non seguire le regole del genere, non seguire nemmeno le regole della ribellione. Fare esattamente quello che nessuno si aspetta, con una competenza tecnica che nessuno può ignorare.

(Io ho suonato il flauto traverso da piccola. Scoprire i Jethro Tull è stato capire che lo strumento più improbabile può diventare il più potente della stanza.)

Perché le mie protagoniste sono rock

Le protagoniste del fantasy che scrivo non aspettano il principe azzurro, o l’interesse romantico.

Non aspettano che il mondo le riconosca. Non ottimizzano le loro emozioni per renderle più digeribili.

Sono rock nel senso più preciso: hanno un’estetica, hanno una ribellione, ma soprattutto hanno una coerenza interna che non negozia con le aspettative degli altri. Come i Pink Floyd che a un certo punto decidono che un album può essere un’unica traccia di 23 minuti se la storia lo richiede.

Supernatural e l’arte di usare la musica come narrazione

Supernatural ha capito qualcosa che molti sceneggiatori ignorano: la musica classica rock non è solo colonna sonora. È caratterizzazione.

Dean Winchester è classic rock: è muscoli, è sentimentalismo nascosto sotto la durezza, è fedeltà assoluta a chi ama.

Quando scrivo, cerco quello stesso effetto. Inserisco riferimenti musicali perché una protagonista che conosce Cinderella (la band, il glam metal degli anni ’80, quella miscela improbabile di hair metal e blues) sta dicendoti qualcosa di preciso su chi è. Che non ha paura di sembrare eccessiva. Che sa che le cose belle spesso sembrano ridicole prima di diventare leggendarie.

Il rock come atto politico, nel 2026

C’è un motivo per cui il rock è considerato morto ogni dieci anni e ogni dieci anni è ancora lì.

Non si lascia ottimizzare. Non si lascia mettere in una formula.

In un’epoca in cui tutto è pensato per essere consumato velocemente, il rock insiste ad essere ascoltato per intero, ad alzare il volume.

Le mie protagoniste fanno la stessa cosa.

E se ti sembra troppo… beh. Era esattamente così che sembravano i Rolling Stones nel 1963.


Qual è la tua canzone rock? Quella che ti rimette in moto quando tutto il resto smette di funzionare?


Scopri di più da Elisa Thid Emiliani

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