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Il Giro di Vite / Bly Manor: Henry James e l’arte di non dirti mai cosa sta succedendo

15 aprile 1843. Nasce Henry James. Oggi avrebbe 183 anni. Forse invece è un fantasma. E infesta vecchie case gotiche…


Partiamo da una cosa onesta: Il Giro di Vite non è un romanzo horror. O meglio, non è solo un romanzo horror.

Pubblicato nel 1898, racconta di una governante che arriva a Bly, una tenuta di campagna inglese, per occuparsi di due bambini, Miles e Flora. Arrivano i fantasmi. O forse no. Forse è lei che li vede. Forse è lei il problema.

James non te lo dice. Non te lo dirà mai.


L’ambiguità come scelta stilistica (e come tortura)

Il meccanismo narrativo di James è elegante: ti dà una narratrice inattendibile e poi non ti fornisce un punto di ancoraggio esterno per verificarla. Non c’è nessun personaggio che ti sussurra sì, i fantasmi esistono o no, è pazza. Sei sol* con lei. Con la sua certezza. Con il suo terrore.

Questo nel 1898 era rivoluzionario. Ancora oggi è raro farlo bene.

La domanda che James lascia aperta non è tanto ci sono i fantasmi? quanto: di chi dobbiamo avere paura, in questa storia?


Bly Manor: quando l’adattamento sceglie

Mike Flanagan nel 2020 prende Il Giro di Vite, lo smonta e lo rimonta con una domanda diversa: e se togliessimo l’ambiguità?

The Haunting of Bly Manor dice: sì, i fantasmi esistono. E poi aggiunge una storia d’amore (Dani e Jamie) che diventa il vero cuore della serie. L’horror si sposta. Non è più questa donna sta impazzendo? ma: Come si sopravvive a ciò che si ama e si perde?

Flanagan trasforma un testo sull’inattendibilità della percezione in un testo sul lutto. Entrambe le cose funzionano. Sono solo storie diverse con lo stesso indirizzo.


Quello che Bly Manor riprende di James (e quello che sceglie di ignorare)

La serie mantiene l’atmosfera: Bly è gotica, umida, claustrofobica nel modo giusto. Mantiene i bambini inquietanti. Mantiene la sensazione che qualcosa di irrisolvibile stia marcendo sotto la superficie.

Quello che abbandona è il punto di vista compromesso. Dani è una protagonista che soffre, ma di cui ci fidiamo. James invece costruisce tutto sulla domanda impossibile: puoi fidarti di chi ti sta raccontando questa storia?

È la domanda più letteraria che esista. Ed è quella che, da scritt* di narrativa speculativa, trovo più utile portarmi a casa.


Cosa resta, oggi

Il Giro di Vite si legge in un giorno e ti rimane addosso per settimane, non per le scene di paura, ma per il disagio strutturale. Per quella sensazione di non avere mai un appoggio solido.

Bly Manor è più accessibile, più emotivo, più esplicitamente queer, e queste non sono critiche. È un’opera che sceglie cosa fare con il materiale di partenza e lo fa con intenzione.

Leggi James per capire cosa può fare la forma. Guarda Flanagan per capire cosa può fare la storia.

Poi torna a James e chiediti: di chi avevi davvero paura, in tutto questo?


Scopri di più da Elisa Thid Emiliani

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