diario, dietro le quarte

Chi sono io: scrivo storie per chi cresce a modo suo

Scrivo per chi cresce fuori tempo massimo.
Per chi ama forte, pensa troppo, cambia strada più volte.

Vengo dal fantasy e dal new adult, anche quando scrivo storie più realistiche.
Perché per me il fantastico è linguaggio emotivo. È il modo in cui raccontiamo ciò che non sappiamo dire direttamente.

In Solo Radio Wild non ci sono draghi o mondi inventati, ma c’è una mentore che continua a parlare, anche dopo la morte.
Una guida invisibile. Una voce che attraversa le frequenze.

Scrivo storie in cui l’arte non salva in modo pulito, ma tiene in vita. Crea uno “stato cuscinetto” tra sé e il nulla.
E questo, per me, è già abbastanza.

Radio Wild sta diventando una presenza costante. L’ho sempre ascoltata ma, da quando ho scoperto Burnout generation, l’aspetto con trepidazione e anche gli altri programmi mi sembrano più interessanti. Ascolto gli speaker con attenzione, mi sento coinvolta dalle loro opinioni sulla musica e su temi di attualità.

Ascolto Radio Wild a casa, col cellulare connesso alla cassa bluetooth, anche quando faccio la doccia. Poi ascolto la radio WEB usando i dati del telefono quando mi sposto da una parte all’altra. Confesso che seguo la radio con un auricolare solo e facendo finta che sia una specie di vezzo modaiolo, anche mentre sono a lezione. Lo fanno tutti, non l’avete notato? I miei studenti un filo attempati della Corelli sono particolarmente sensibili alla persuasione e credono che i giovani abbiano le abitudini più strane.

Nell’ultima settimana ho sentito Radio Wild talmente tanto che mi viene naturale rispondere agli speaker. E a volte lo faccio, cercando di non dare nell’occhio. Di solito succede a casa, ma anche in classe mi capita di biascicare una risposta, gli studenti mi chiedono se abbia detto qualcosa, io dico di no, ridacchio, mi avvicino a un quadro per dare qualche consiglio.

Con gli speaker è una questione di prossimità, se mi fermo un attimo a pensarci: questa gente, che ama il rock quanto e più di me, ha deciso di farne un lavoro. Potrebbero essere miei amici, se vivessimo nella stessa città o frequentassimo la stessa cerchia. Potrei sottoporre a loro le mie questioni esistenziali.

A un certo punto ho pensato di chiamare in diretta Burnout generation. Parlare davvero con la speaker. Poi ho pensato alla figura di merda di portata nazionale che avrei fatto e ho lasciato perdere. Ho mandato un’email, però, a Gianna Santini di Individual Gianna, che mi sta molto simpatica, spiegando che il programma sui millennial è diventato una parte fondamentale della mia vita, le ho scritto della morte di Telma e del bando per direttore della Corelli. Non ha ancora risposto. Intanto ho iniziato ad appuntare sulla Moleskine tutto quello che in Burnout generation sembra venga detto proprio a me. Non sto scherzando! Sono sempre più convinta che qualcuno voglia comunicare con me attraverso le frequenze della radio! Devo solo mettere insieme i pezzi… Tipo questo:

Sei una millennial in burnout? Quanto spesso ti rendi conto di essere esausta? Ti stai adattando a fare qualcosa che non vuoi? Fermati a pensare. Non c’è per caso un’opportunità che aspetta solo di essere colta?

Questo venerdì mattina sono a casa e ovviamente ascolto Radio Wild. È abbastanza presto, non so perché ma anche con la mattina libera non riesco a dormire più di tanto. Starò invecchiando. C’è il Mago che parla di una protesta di studenti per la divisione maschi e femmine nei bagni della scuola. A me sembra sacrosanta, no? Non è un concetto un po’ superato, quello di maschio/femmina? E l’identità di genere? E le persone trans dove le mettiamo? Deve essere molto molto brutto essere discriminati anche nei bagni a scuola. Mentre passano Hero dei Nickelback sto rispondendo ad alta voce al Mago.

Cece piomba in salotto.

Mi guarda come se fossi scappata da un manicomio: “Sonia? Che cosa stai facendo? Parli con la radio?!”

Lo guardo, mi guarda. Capisco che è il momento. Gli dico tutto. Almeno quattro volte. La prima volta non capisce niente.

La seconda volta metto le cose in un ordine più o meno logico, la terza volta gli mostro gli appunti sulla Moleskine e la quarta ripeto la storia quasi senza impappinarmi.

“Pensi che sia pazza. Vero? Ho anche mandato un’email a Individual Gianna. Oddio. Per fortuna non ho chiamato”.

Sto diventando ossessiva. Mi sono convinta che gli speaker siano miei amici. Devo fermarmi immediatamente. Smettere di ascoltare Radio Wild, dare un taglio netto, come con le sigarette, penso con un velo di senso di colpa. A questo pensiero, però, sento una fitta di nostalgia fortissima. Non della radio, mi rendo conto, ma dei sabati pomeriggio con Telma, delle nostre chiacchierate. Lei non vorrebbe che io rinunciassi a qualcosa che mi fa stare bene, soprattutto in un periodo difficile. Se c’era una persona che comprendeva il tabagismo, era Telma. Quindi non c’è nessun bisogno di smettere di ascoltare Radio Wild. O di fumare. Scruto Cece per vedere cosa ne pensi.

“Ti faccio un tè verde. Antiossidante, ok?”

Qualche minuto dopo stringo una tazza bollente e sono un po’ più calma.

“Devo andare in terapia. La morte di Telma mi ha sconvolto più di quanto pensassi. Tu conoscevi una psicologa brava, no?”

Cece stringe la sua tazza e mi guarda con degli occhioni – non sgranati – comprensivi.

“Tesoro, – dice – nessuno va più dalla psico. Ti serve una life coach”.

In Solo Radio Wild tutti i personaggi cercano di costruire la propria identità e il proprio futuro senza lasciarsi schiacciare dalle incombenze della vita.

Sonia, la protagonista, cerca di riappacificarsi con il suo essere artista.

Cece, il suo coinquilino, ricerca l’amore romantico e l’accettazione da parte dei suoi genitori. 

Federico, l’ex fidanzato di Sonia, deve riuscire a conciliare l’essere padre con l’essere musicista.

Ogni personaggio lotta per far emergere la propria voce in una sinfonia di incertezze

Trasversale rispetto a questi personaggi si muove Telma, che era la mentore di Sonia e direttrice della Scuola d’Arte e Musica Corelli in cui Sonia e Federico lavorano. Telma però è venuta a mancare, lasciando un vuoto nella scuola d’arte e musica, ma soprattutto nella vita di Sonia. 


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