Non è una storia su chi sta cercando di non spegnersi.
Solo Radio Wild è un romanzo che ho pubblicato nel 2024 con DALIA. Segue Sonia, un’artista in crisi, in una città di provincia dove tutto sembra chiederti di diventare qualcun altro. Lei non ha risposte chiare, né un piano perfetto. Ha una radio.
E ha il rock.
Radio Wild trasmette solo musica rock.
Il rock qui è resistenza, rumore contro l’ansia, una voce che ti dice che non devi essere produttiva per essere viva.
La musica rock è il contrario del burnout!
Se sei in quel punto strano tra “non sono più quella di prima” e “non so ancora chi sarò”, Solo Radio Wild parla anche di te.
Ogni venerdì pomeriggio, da dicembre a febbraio, prego che non ci sia ghiaccio per strada.
Anche oggi sono in macchina, con Radio Wild troppo alta che gracchia fuori dagli altoparlanti, perché il venerdì pomeriggio faccio lezione a Modigliana. C’è un circolo che organizza laboratori per ragazzini e io insegno disegno. Il problema è che non ci sono mezzi pubblici comodi per arrivarci; quindi, devo guidare per circa mezz’ora con la macchina scassata che divido con Cece.
A parte il tragitto, Modigliana mi piace abbastanza; il lavoro è leggero, i bambini sono facili da gestire e mi trovo a mio agio nell’atmosfera di paese di montagna. Forse dovrei trasferirmi.C’è meno concentrazione di ansia nei paesini di montagna. Finita Something Human dei Muse, che mi lascia con un senso forte di nostalgia per qualcosa di indefinito, una conduttrice annuncia un nuovo programma dedicato ai millennial.
Titolo: Burnout generation.
Per millennial s’intende una persona nata tra il 1980 e il 1994, mentre il burnout può essere definito come uno stato di stress cronico che conduce a un esaurimento fisico ed emotivo.
La conduttrice ha una voce bassa e pastosa, da fumatrice. Me l’immagino mora, in carne, bellissima.
Ne parla Ann Helen Petersen in un articolo diventato virale e pubblicato su BuzzFeed News che titola: Come i millennial sono diventati la burnout generation.
Non mi sono mai sentita rappresentata da un partito politico o da un sindacato. Magari mi posso sentire rappresentata da un programma radiofonico, penso. Meglio che uno schiaffo.
Perché non riesco a portare a termine questi compiti banali? Perché sono esausta. Perché sono esausta? Perché ho interiorizzato l’idea che dovrei lavorare tutto il tempo. Perché ho interiorizzato quest’idea? Perché tutto e tutti nella mia vita l’hanno rafforzata sin da quando ero giovane. La vita è sempre stata dura, ma molti millennial sono impreparati ad affrontare le modalità specifiche con cui la vita è diventata dura per noi.
Amen, sorella, vorrei rispondere. Mettici un lutto e completiamo il quadro.
Andando avanti, è naturale, le difficoltà aumentano. All’affitto, al lavoro, alle relazioni, si aggiungono i fatti della vita, matrimoni, funerali. Cosa accade, ad esempio, quando una millennial si trova ad affrontare un lutto?
Mi sfugge un gridolino strozzato mentre mi aggrappo al volante con la pelle d’oca. Metto la freccia – perché sono una guidatrice prudente – e accosto. Faccio un respiro profondo.
O quando viene invitata all’ennesimo matrimonio al quale dovrà presentarsi da sola? Vogliamo inaugurare questo programma con la storia di una millennial, una di noi. Ha iniziato a cercare lavoro durante la crisi economica del secolo e ha scoperto che il titolo di studio conquistato con anni di fatica non l’avrebbe protetta dai call center, dal porta a porta, dai jingle dei supermercati dove ha lavorato come promoter. Può permettersi, la nostra millennial, di scegliere la propria strada?
Bella domanda: me lo posso permettere? Non ne ho la più pallida idea. Almeno, prima, potevo parlarne con Telma. Adesso sono da sola, rifletto.
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