Rubrica semiseria di una scrittrice Indie
Dal momento che la decisione di trasferirmi a Torino era presa, ma dal momento che a causa di infiniti problemi burocratici non potevo accedere a un posto letto gratuito in residenza universitaria, dovevo trovare una stanza in affitto.
La ricerca della stanza a Torino è un periodo sfumato della mia vita. Ricordo riunioni di coinquiline che mi interrogavano stile colloquio di lavoro (e prendevano appunti sulle risposte che davo), ricordo appartamenti malandati e carissimi, ma ricordo anche la determinazione a farcela a ogni costo.
Alla fine, i miei sforzi vennero premiati. Per 200€ al mese (pochissimo) trovai una piccola mansarda di 23 metri quadrati in Via Cernaia (centralissima). Era un monolocale con un bagno minuscolo e una stanzina con letto e mini cucina elettrica più lavello. La mansarda era spiovente, quindi i metri calpestabili erano meno di 23, ma non m’importava. L’adoravo.
Unico inconveniente: la mansarda non era solamente per me. Ad averla in affitto era una ragazza di cui non ricordo il nome e che faceva un lavoro che non ricordo, in ogni caso una cosa rispettabile, tipo impiegata in banca o simili, che usava la mansarda come “pied-à-terre” dal momento che viveva fuori Torino e le serviva un appoggio per la pausa pranzo. Non rimaneva lì a dormire. Cercava una ragazza con cui dividere le spese.
La ragazza era brutta, sovrappeso e sgraziata, così mi fece simpatia. Questo, e il fatto che la sua proposta fosse la migliore che avessi trovato, mi convinsero ad accettare.
Presi gli accordi, trasferii le mie cose (tra cui il computer – fisso – con cui stavo terminando la stesura di “Io detesto”) e iniziai a vivere lì.
Io e la ragazza non ci incontravamo quasi mai, perché in pausa pranzo io ero fuori casa. La mansarda diventava il mio regno nel tardo pomeriggio.
Quella è stata la prima volta, nella mia vita, in cui ho percepito la solitudine come un’assenza fisica. Assenza dello scalpiccio e delle voci delle mie sorelle fuori dalla porta della mia camera in casa dei genitori. Le prime settimane, quando qualcuno passava fuori dalla porta della mansarda, quasi mi sembrava che fossero loro. Poi mi ricordavo che non era possibile. In quel periodo riguardai tutte le 7 stagioni di “Buffy l’ammazzavampiri” e studiai con accanimento La Critica della Ragion Pura ascoltando in sottofondo la colonna sonora di Koyaanisqatsi (un documentario di cui mio padre era entusiasta e che mia madre sopportava stoicamente).
Le cose si fecero divertenti un giorno che tornai a casa per pranzo e trovai la mia strana semi-coinquilina che si provava (sopra i jeans per fortuna) dei perizomi appena comprati. Aveva un appuntamento con un uomo e voleva sorprenderlo con quella biancheria sexy. L’appuntamento, ovviamente, era nel “pied-à-terre”.
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